Omega-3: meglio vegetali o animali?


A seguire gli studi scientifici in merito.

Alla fine di questa lettura apparirà evidente che il nostro organismo può produrre gli acidi grassi omega-3 a lunga catena, cioè quelli presenti nel pesce, solo a partire dal loro precursore naturale, l’acido alfa-linolenico (ALA), l’unico acido grasso omega-3 essenziale, derivato da fonte vegetale (semi e olio di lino, chia, noci, rosmarino, semi di zucca, origano, basilico, soia, legumi, cereali e in generale frutta e verdura).

Gli acidi grassi omega 3 provenienti dal pesce, cioè il DHA e l’EPA (omega-3 a lunga catena), frequentemente utilizzati come integratori sotto forma di capsule di olio di pesce, e che ricordiamo NON rappresentano nutrienti essenziali, non sembrano essere quel toccasana che molti ritengono, ma anzi, oltre a non essere utili, possono anche risultare dannosi.

Grazie a un nuovo studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology (1), le persone ci penseranno ora due volte prima di assumere capsule di olio di pesce – o di mangiare pesce.
Risulta infatti che gli uomini con maggiori livelli di ematici di DHA sono a maggiore rischio di sviluppo di cancro alla prostata.
I ricercatori hanno esaminato i 3.461 partecipanti al Prostate Cancer Prevention Trial, uno studio sulla prevenzione del cancro alla prostata, e hanno riscontrato come i soggetti con i più alti livelli di DHA nel sangue avessero una probabilità di sviluppare una forma aggressiva di cancro alla prostata di due volte e mezza superiore rispetto ai soggetti con i livelli ematici più bassi.
Un altro recentissimo studio pubblicato sul Journal of National Cancer Institute ha trovato un aumento significativo del rischio di cancro alla prostata tra gli uomini con alte concentrazioni di omega-3 nel sangue. Questi uomini avevano il 43 per cento in più di probabilità di sviluppare il cancro alla prostata e il 71 per cento in più di probabilità di sviluppare una forma avanzata (metastatica) della malattia, rispetto a uomini che avevano bassi livelli di omega-3. La differenza di concentrazione di omega-3 tra i 2 gruppi di uomini era del 2.5%, ovvero “leggermente di più dell’effetto di consumare salmone due volte a settimana”, spiega Kristal, uno degli autori dello studio(17).

Molti studi recenti hanno dimostrato che le promesse pubblicitarie dell’olio di pesce non sono mai state mantenute. Nello specifico, non è di aiuto ai malati di cuore, non serve contro la malattia di Alzheimer, non previene la depressione, e, almeno fino ad ora, non rende i bambini più intelligenti.

Già nel 2005 uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA) evidenziava come, nonostante le supposte proprietà antiaritmiche dell’olio di pesce, in realtà la supplementazione con questo tipo di integratore poteva aumentare il rischio di aritmie cardiache in alcuni pazienti(2).

L’anno successivo, la stessa rivista pubblicava una rassegna sistematica di 38 studi scientifici che avevano valutato gli effetti del consumo degli acidi grassi omega-3 sul rischio di cancro, dalla quale emergeva che l’olio di pesce è inefficace nella prevenzione del cancro (3).

Nello stesso anno, compariva anche sul British Medical Journal una rassegna sistematica con le stesse finalità, che, in sintonia con la precedente, confermava non solo che non vi era evidenza di un effetto protettivo della supplementazione con integratori a base di omega-3 a lunga catena sul rischio di cancro, ma nemmeno che questi risultino in grado di ridurre la mortalità totale e gli eventi cardiovascolari (4).

Studi successivi confermavano poi l’assenza di un evidente benefico effetto di questi acidi grassi sulla salute cardiovascolare: nel 2009 l’analisi di oltre 5.000 soggetti nell’ambito del Rotterdam Study portava i ricercatori a concludere che l’assunzione di pesce o di integratori di EPA e DHA non risulti protettiva nei confronti dello sviluppo di insufficienza cardiaca (5).
In un altro studio, dopo aver seguito più di 12.500 pazienti affetti da diabete di tipo 2 di età superiore ai 50 per una media di 6,2 anni, i ricercatori non hanno evidenziato alcuna differenza di salute cardiaca tra coloro che assumevano un supplemento di omega-3 rispetto a un placebo. I pazienti diabetici hanno da due a quattro volte più probabilità di soffrire di malattie cardiache o di un ictus, rispetto alle persone senza diabete(6).

Nel 2010 il New England Journal of Medicine riportava i risultati di uno studio condotto su poco meno di 5.000 pazienti che avevano già sofferto infarto miocardico, dal quale emergeva l’assenza di differenze significative nell’incidenza di nuovi eventi cardiovascolari tra coloro che consumavano integratori di omega-3 e il gruppo di controllo che aveva ricevuto un placebo, oltre alla terapia farmacologica standard (7).

Ciò è stato riconfermato da una recente recensione pubblicata sul Journal of American Medical Association nel 2012. I ricercatori hanno analizzato 20 studi che hanno incluso 68.680 pazienti che hanno utilizzato acidi grassi omega-3 per una media di due anni e hanno stabilito che l’olio di pesce non ha avuto alcun effetto sul cuore (correlato a morte), su attacchi di cuore o ictus(8).
Questi risultati seguono un altro recente studio che mostra che l’olio di pesce non ha impedito il ripetersi di problemi cardiaci tra i pazienti(9).
E lo stesso è avvenuto in uno studio del 2013 pubblicato sul New England Journal of Medicine. I ricercatori hanno analizzato i dati di 12.513 uomini e donne del Risk and Prevention Study, svoltosi in Italia.

Dopo un follow-up di cinque anni, i pazienti che hanno assunto gli omega-3 tramite supplementi a base di olio di pesce non hanno ridotto il loro rischio di morte o di ospedalizzazione per malattie cardiache, rispetto a quelli che hanno preso il placebo(16).

Nel 2014 è uscita un’ulteriore ricerca che non ha rilevato miglioramenti in termini di biomarkers cardiovascolari in adulti che consumavano 4 porzioni di pesce a settimana, rispetto a coloro che ne assumevano solo 1 (18).

Inoltre, a sorpresa, uno studio condotto dai ricercatori dell’Harvard School of Medicine ha trovato una correlazione tra assunzioni di pesce e di supplementi a base di acidi grassi omega-3 a lunga catena e il diabete di tipo 2.
Seguendo 195.204 adulti per un periodo di 14-18 anni, i ricercatori hanno evidenziato come ad un maggior consumo di pesce e integratori di acidi grassi omega-3 a lunga catena corrispondesse un maggiore il rischio di sviluppare il diabete mellito. (10).

Nel frattempo, i produttori di olio di pesce hanno puntato tutte le loro speranze sulle funzioni cerebrali. Forse l’olio di pesce vi renderà più intelligenti, hanno pensato. Ma l’anno scorso, la ricerca in questo campo di applicazione ha distrutto anche questa speranza.
A un gruppo di 867 anziani e’ stato assegnato, in modo casuale, un integratore di olio di pesce contenente elevate quantità di DHA ed EPA o un placebo (una pillola senza alcun supposto contenuto attivo) a base di olio di oliva. Dopo due anni, gli anziani che consumavano l’integratore di acidi grassi omega-3 a lunga catena non hanno mostrato alcun beneficio aggiuntivo, sulle funzioni cognitive, rispetto ai soggetti che assumevano l’olio di oliva (11).

Uno studio successivo pubblicato sul JAMA ha confermato che i supplementi di omega-3 (in questo caso, DHA) non sono in grado di rallentare la progressione del declino mentale e dell’atrofia cerebrale nei malati di Alzheimer (12).

Inoltre, in una più recente revisione, indagando sugli omega-3 per la salute del cervello, i ricercatori non hanno trovato alcun legame tra i supplementi di omega-3 e la prevenzione o il miglioramento della demenza(13).

Né, dall’altro lato dello spettro dell’età, i neonati sembrano ottenere benefici. Infatti un altro studio pubblicato sempre su JAMA ha mostrato che il consumo di olio di pesce ricco di DHA delle donne in gravidanza non migliora il successivo sviluppo cognitivo dei nascituri nel corso dell’infanzia e nemmeno l’incidenza di depressione post-partum della madre (14).

E gli omega-3 vegetali? Una ricerca medico-scientifica condotta su oltre 19.000 persone, alla fine del 2010 in Gran Bretagna e i cui risultati sono stati resi noti in un articolo sull’American Journal of Clinical Nutrition, rileva che l’assunzione di omega 3 è più efficiente se questi provengono dai vegetali.

Si è visto che vegetariani e vegani provvederebbero autonomamente alle proprie necessità di acidi grassi essenziali omega-3 a lunga catena (presenti nel pesce) ricavandoli dagli acidi grassi omega-3 vegetali, quindi senza dover introdurre nella propria dieta la carne di pesce. Tali grassi sono importanti per il buon funzionamento dei meccanismi metabolici.

Il Dr Welch e la sua equipe hanno analizzato dapprima 14.422 uomini e donne dai 39 ai 78 anni all’interno dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition) e successivamente hanno selezionato 4.902 soggetti nei quali erano stati misurati i livelli plasmatici dei PUFAs (polyunsantured fatty acids: acidi polinsaturi, cioè omega-3 e omega-6).

L’acido alfa-linolenico ALA (precursore degli acidi grassi omega-3 a lunga catena) una volta introdotto nel nostro organismo con l’alimentazione, viene metabolizzato e trasformato in EPA e DHA, entrambi votati alle fondamentali funzioni organiche quali la formazione delle membrane cellulari, lo sviluppo e il funzionamento del cervello e del sistema nervoso periferico, la produzione di eicosanoidi che regolano la pressione arteriosa, la risposta immunitaria ed infiammatoria
.

Lo studio ha mostrato come, a fronte di una minore introduzione di omega-3 attraverso la dieta tipica dei vegetariani/vegani, se paragonata a chi consuma pesce in quantità (con una percentuale che va dal 57% all’80 % di differenza), i livelli di EPA e DHA sono risultati essere pressoché uguali nei due gruppi di campioni studiati.

Ci sarebbe dunque – spiegano i ricercatori – una “efficienza di conversione” in acidi grassi omega-3 a lunga catena significativamente maggiore nei vegetariani/vegani rispetto a coloro che consumano pesce.

L’EPIC rappresenta il più vasto studio di popolazione condotto sui livelli di ALA e sulla conversione in EPA e DHA (15).

Conclusioni
Questi dati portano quindi a considerare l’olio di pesce e in generale l’omega-3 del pesce come il falso elisir di lunga vita degli imbonitori del passato.

La nuova, ennesima segnalazione che collega i livelli ematici di DHA al cancro alla prostata è un motivo in più per evitare il pesce e gli integratori di olio di pesce.

Il nostro organismo può infatti produrre gli acidi grassi omega-3 a lunga catena, cioè quelli presenti nel pesce, a partire dal loro precursore naturale, l’acido alfa-linolenico, l’unico acido grasso omega-3 essenziale, il quale deriva da fonte vegetale (semi e olio di lino, chia, noci, rosmarino, semi di zucca, origano, basilico, soia e molti altri) .

Questo meccanismo permette all’organismo di regolare le quantità di acidi grassi a catena più lunga, cioè DHA ed EPA, sulla base delle sue necessità, evitando quindi di doversi cimentare con elevate quantità di questi grassi che, come deriva da questo breve commento, risultano, se non dannosi per la salute, sicuramente inefficaci e comunque dannosi al portafoglio non solo dei consumatori ma anche del Sistema Sanitario Nazionale, dal momento che vengono forniti gratuitamente sotto forma di farmaco ad alcune categorie di pazienti.

FONTI:
(1) Brasky TM, Till C, White E, et al. Serum phospholipid fatty acids and prostate cancer risk: results from the Prostate Cancer Prevention Trial. Am J Epidemiol. Published ahead of print April 24, 2011. doi: 10.1093/aje/kwr027.
(2) Raitt MH, Connor WE, Morris C, et al. Fish oil supplementation and risk of ventricular tachycardia and ventricular fibrillation in patients with implantable defibrillators: a randomized controlled trial. JAMA. 2005;293:2884-2891.
(3) MacLean CH, Newberry SJ, Mojica WA, et al. Effects of omega-3 fatty acids on cancer risk: a systematic review. JAMA. 2005;295:403-415.
(4) Hooper L, Thompson RL, Harrison RA, et al. Risks and benefits of omega-3 fats for mortality, cardiovascular disease, and cancer: systematic review. BMJ. 2006;332:752-760.
(5) Dijkstra SC, Brouwer IA, van Rooij FJA, Hofman A, Witteman JCM, Geleijnse JM. Intake of very long chain n-3 fatty acids from fish and the incidence of heart failure: the Rotterdam Study. Eur J Heart Fail. 2009;11:922-928.
(6) Bosch J, Gerstein HC, Diaz R, et al. n–3 fatty Acids and cardiovascular outcomes in patients with dysglycemia. N Engl J Med. Published online June 11, 2012.
(7) Kromhout D, Giltay EJ, Geleijnse JM. n-3 fatty acids and cardiovascular events after myocardial infarction. N Engl J Med. 2010;363:2015-2026.

(8) Rizos CE, Ntzani EE, Bika E, Kostapanos MS, Elisaf MS. Association between omega-3 fatty acid supplementation and risk of major cardiovascular disease events: a systematic review and meta-analysis, JAMA. 2012; 308:1024-1033.
(9) Kwak SM, Myung SK, Lee YJ, Efficacy of omega-3 fatty acid supplements (eicosapentaenoic acid and docosahexaenoic acid) in the secondary prevention of cardiovascular disease: a meta-analysis of randomized, double-blind, placebo-controlled trials, Arch Intern Med. 2012; 172:986-994.
(10) Kaushik M, Mozaffarian D, Spiegelman D, Manson JE, Willett WC, Hu FB. Long-chain omega-3 fatty acids, fish intake, and the risk of type 2 diabetes mellitus. Am J Clin Nutr. 2009;90:613-620.
(11) Dangour AD, Allen E, Elbourne D, et al. Effect of 2-y n23 long-chain polyunsaturated fatty acid supplementation on cognitive function in older people: a randomized, double-blind, controlled trial. Am J Clin Nutr. 2010;91:1725-1732.
(12) Quinn JF, Rama R, Thomas RG, et al. Docosahexaenoic acid supplementation and cognitive decline in Alzheimer disease. JAMA. 2010;304:1903-1911.
(13) Dangour AD, Andreeva VA, Sydenham E, Uauy R. Omega 3 fatty acids and cognitive health in older people. Br J Nutr .
(14) Makrides M, Gibson RA, McPhee AJ, et al. Effect of DHA Supplementation During Pregnancy on Maternal Depression and Neurodevelopment of Young Children. JAMA. 2010;304:1675-1683.
(15) Ailsa A Welch, Subodha Shakya-Shrestha, Marleen AH Lentjes, Nicholas J Wareham, Kay-Tee Khaw, “Dietary intake and status of n-3 polyunsaturated fatty acids in a population of fish-eating and non-fish-eating meat-eaters, vegetarians, and vegans and the precursor-product ratio of alpha-linolenic acid to long-chain n-3 polyunsaturated fatty acids: results from the EPIC-Norfolk cohort”, American Journal of Clinical Nutrition November 2010;92:1040-1051.
(16) Roncaglioni MC, Tombesi M, Avanzini F, et al. n-3 fatty acids in patients with multiple cardiovascular risk factors. N Engl J Med. 2013;368:1800-1808.
(17) Brasky TM, Darke AK, Song X, et al. Plasma phospholipid fatty acids and prostate cancer risk in the SELECT Trial. J Natl Cancer Inst. Published ahead of print July 10, 2013

(18) Grieger JA, et al, Investigation of the effects of a high fish diet on inflammatory cytokines, blood pressure, and lipids in healthy older Australians, Food Nutr Res. 2014 Jan 15;58

Teso in parte tratto da Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana a cura di Luciana Baroni.

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