Il portone intarsiato (storia di un amore clandestino)


Erano quasi le 23.00 di quella sera primaverile. La pelle le rabbrividiva mentre chiudeva la macchina parcheggiata un po’ di traverso.  “Tanto è notte” pensò.
Non era certa che i brividi fossero causati solo dall’aria fresca. C’era molto umido in quell’aria che odorava di pioggia. Ambra però non si era preoccupata troppo del tempo. Nella fretta di uscire di casa per giungere a quell’appuntamento con il destino, aveva indossato ben pochi abiti. Il suo abbigliamento, cui aveva dedicato fin troppo tempo, era inequivocabilmente sexy. Si era guardata molte volte allo specchio prima di uscire, più di quanto non fosse abituata a fare. Ora però non le importava di quello che aveva indosso. Il fresco venticello sferzava le sue rotonde cosce, che comparivano, a tratti, fra l’ondeggiare della sua minuscola gonna. Erano lisce come la seta e incorniciate solo dalle sue calze autoreggenti.
Ramon la aspettava di sopra, in ufficio.
Lei lo immaginava nel suo abito elegante, impeccabile, come sempre, assorto al suo pc. Quel profumo virile e penetrante che riempiva la stanza, miscelandosi con quello del tabacco, creava un fatale elisir di sensualità.
Le sembrava di vederlo. I suoi movimenti ponderati, lo sguardo  fisso sullo schermo, le dita possenti che digitavano leggiadre sui tasti. I suoi dannatamente meravigliosi occhi verdi che si nascondevano, dietro le eleganti lenti dei suoi occhiali Burberry.
A tratti le sue mani si fermavano e lui restava immobile, assorto. Era uno spettacolo.
Se non fosse stato per l’altalenare del suo petto a ritmo di quel respiro cosi rilassato, lo avrebbe potuto scambiare per la statua di un dio greco.
Se Omero lo avesse visto, sicuramente, avrebbe descritto cosi il più possente degli dei.
Mentre saliva le scale che portavano al primo piano di quel palazzo antico, le gambe le tremavano.
Solo qualche scalino la separava da lui, finalmente.
Avevano sognato quel momento tante di quelle volte.
Ancora non le sembrava vero.
Quasi ansimava, ferma, davanti a quell’immenso portone di legno antico. Quegli intarsi scavati nel caldo legno scuro, la trasportarono in un’altra epoca. Così come gli affreschi su quelle pareti, dai soffitti altissimi. Sentiva che la soglia della sua nuova vita fosse pronta a schiudersi. Aveva paura ma l’eccitazione dell’ignoto riusciva a sovrastarla, così se ne dimenticò. Le piaceva sentirsi in quel modo, a metà fra una regina e una bambina desiderosa di attenzioni.
Stava per suonare il campanello, quando si accorse che il portone era solo accostato. Lo aprì timidamente. Dallo spiraglio intravide lui. Era lì, in piedi accanto alla finestra, nel buio dell’anticamera.
L’unica luce era il chiarore della luna, che filtrava, a tratti, da una svolazzante tenda d’organza color porpora. Lui era lì e la guardava compiaciuto, come se avesse atteso in quell’angolo per ore, che lei comparisse da quella porta. La camicia rigata bianca e azzurra quasi stretta sul suo possente petto, lasciava intravedere il suo respiro profondo anche attraverso la penombra. Teneva le mani poggiate sullo schienale di una poltrona in stile Rococò e la invitò ad avvicinarsi.
Nel silenzio della notte il ticchettio dei suoi passi sul cotto antico sembrava rimbombare e lui sorrise estasiato.
Sentì il suo sguardo sfiorarle la pelle e un brivido la percorse tutta, facendola sussultare.
Ambra si diresse verso di lui col passo fiero e un po’ esitante di chi stia per salire sul palcoscenico. Lui con quell’aria da regista esperto, era pronto a far scattare il Ciack si gira.
Erano a pochi millimetri l’ uno dall’ altra, quando lui le cinse i fianchi e, con un gesto armonico, la fece ruotare su se stessa, affinché potesse osservarla in tutto il suo splendore.
Lo sentiva respirare, annusare avidamente il profumo che si era messa ed il suo odore. Lei era la sua preda e lui, perso nelle sue fantasie, non vedeva l’ora di accompagnarla verso l’estasi.
Il calore del suo corpo quasi la sfiorò mentre, con la cravatta di seta, lui le bendava gli occhi.
Al ticchettio dei suoi passi si sostituì il battito accelerato del suo cuore. Si sentiva tutta un fremito.
Desiderava follemente vivere ogni istante che sarebbe giunto, senza sapere come, né dove.
Attendeva la sua prossima mossa, come un asmatico l’ossigeno per respirare.
Lui la guidò verso uno sgabello e la sollevò con le sue possenti braccia per farla accomodare.  Ambra si sentiva come una vergine sacrificale, deposta sull’altare del piacere. Tremava, ansimava, ma non osava dire una parola.
Ramon le sfilò la giacca, da dietro, lentamente, come fosse un rito.
Le sfiorò la pelle con il dorso delle dita, in un turbinio di sensazioni. Erano dita calde. Lisce. Delicate. Sicure. Come se già lui conoscesse ogni centimetro del suo minuto corpo.
Sentì allora le sue dita perdersi fra i suoi capelli, accompagnandola in un’estasi di brividi e sensazioni mai provate. Poi le sue labbra, roventi e morbide, posarsi al centro delle spalle, mentre con delicatezza scansava i suoi riccioli biondi.
Era persa. Il vortice del desiderio li stava travolgendo quando lui, all’improvviso, prima le strinse i turgidi seni, poi le mise una mano sulla gola. Per un istante le mancò il fiato. Fu un attimo, perché subito dopo, con quella stessa mano, afferrò il suo mento, costringendola a ruotare il viso verso di lui. Lei lo assecondò. Mentre le dita di Ramon penetravano fra le sue labbra per dischiuderle, prima di affondarvi la sua morbida lingua e regalarle il bacio più appassionato che mai avesse ricevuto. Per un attimo Ambra, con lo sguardo celato dalla morbida seta, che emanava il caldo profumo di ramon, pensò che sicuramente quello dovesse essere un sogno.
Lui le teneva la testa, le dita fra i capelli, il petto, forte e muscoloso, che tremava leggermente, era stretto sulla sua schiena, come ad accoglierla. Ambra si sentì al sicuro in quel caldo abbraccio ormonale.
L’odore della passione le riempiva le narici ed i pensieri. D’improvviso lui la liberò da quella stretta, allontanandosi.
La guardò di nuovo, con quel suo fare quasi melodrammatico. Le prese una mano e accompagnandola verso una zona buia della stanza le disse: “Andiamo”.

Lei tremava ma lo seguì.

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