Jimi Hendrix un mito senza eredi | di Martina Lorai Meli


Jimmy, nato a Seattle esattamente settantacinque anni fa, il 27 novembre 1942, figlio di Al Hendrix e di Lucille Jeter, aveva quattro fratelli e sorelle e una famiglia piena di problemi. La sofferenza per la separazione dei genitori, la morte della madre, le difficoltà dei fratelli e delle sorellelo spinsero a trovare consolazione nella musica. Jimmy riusciva a guadagnarsi da vivere facendo il turnista e suonando la sua chitarra nei club statunitensi insieme al compagno d’armi Billy Cox, conosciuto all’età di diciassette anni durante l’arruolamento. Jimmy mise su una band da club con Billy, ma militò come sideman in decine di formazioni, tra le quali gli Isley Brothers e la band di King Curtis. Jimmy però voleva suonare la chitarra alla sua maniera,dover seguire altri era quindi un limite. La sua voglia di sperimentare, di approcciarsi alla musica a modo suo, con un approccio diverso era fortissima e lo portava a cambiare continuamente gruppo o band.
L’evento decisivo che gli permise poi di diventare Jimi Hendrix, fu l’incontro con Chas Chandler degli Animals, che ascoltando una sua esibizione mentre suonava Hey Joe, decise di portarlo con sé in Inghilterra, permettendogli,nel 1966, di produrre proprio il singolo di quel brano.
L’Inghilterra aveva fame e sete d’innovazione, la comunità dei musicisti rock era lì a sostenerlo, mostri sacri del suono e degli effetti come George Chkiantz, Eddie Kramer e Roger Mayer, erano lì a sua completa disposizione, affascinati dal suo estro e dalla sua creatività. Tutto giocava a suo vantaggio, ponendo le basi per un periodo di grande produttività dell’artista, che allora suonava nel perfetto trio composto con Noel Redding e Mitch Mitchell: gli Experience. Furono diciotto mesi di fuoco, in cui Jimi fu il re del panorama musicale inglese, alla fine dei quali tornò in America.

Deciso a costruire a New York i suoi Electric Lady Studios, Jimi Hendrix fu costretto a dedicarsi a sempre più frequenti esibizioni dal vivo, nelle quali i vertici della sua creatività mostravano il crescendo del suo talento, ma gli toglievano il tempo per definire degli spazi concreti di lavoro in studio. Il suo estraniarsi dai rapporti umani però dipese maggiormente da droga e alcool, che, sebbene diffusissime durante gli anni sessanta/settanta, specialmente fra i musicisti, nel suo caso raggiunsero dosi talmente massicce da creargli una forte dipendenza sia fisica che psicologica. Jimi che perse la madre, alcolista e malata di mente, quando aveva solo quindici anni, sviluppò certamente insicurezze, paure e bisogni, che trovarono sfogo nella musica, portandolo a esprimere se stesso e i propri sentimenti attraverso lo strumento, ma che trovarono apparente pace solo nelle droghe pesantissime che lo portarono a estraniarsi totalmente dalla realtà. La figura femminile, per lui senz’altro complessa e ambivalente, è una delle chiavi di lettura che ci permette di provare a capire la complessità interiore del grande chitarrista, essendo il perno attorno al quale molta della sua musica si è sviluppata. Donne reali, immaginate, raccontate attraverso i suoi testi, sfondo, scenario e copertina dei suoi album, sono state lo specchio del suo desiderio di sentirsi amato, posseduto, reso schiavo e al contempo spinto verso un nuovo universo, da raggiungere attraverso la chitarra, bacchetta magica che gli ha indicato la via per volare oltre ogni limite.
La chitarra era quindi il mezzo e il fine. Strumento, oggetto di desiderio, mappa sulla quale cercare il proprio posto nell’universo, la propria isola che non c’è, culto. Lo stile di Hendrix è unico e inimitabile. Nessuno ha mai usato la chitarra come lui. Spettacolare, inventivo, innovativo, aveva una tecnica mai vista né prima né dopo di lui. Ogni assolo sembrava costruito con una perfezione e precisione ingegneristica, nella sua incredibile straordinarietà creativa. Passione, fascino e mistero, tormento ed emozione gridavano attraverso ogni nota uscita dalla sua chitarra, emanando una luce resa tangibile dalle sue impareggiabili sonorità.
Eddie Kramer ricorda: “La regola era che non c’era una regola e questo aprì le porte e noi corremmo fuori a cercare di realizzare tutti i suoni più incredibili che riuscivamo a immaginare”. Il risultato furono tre soli album: “Are you Experienced?”, “Axis: Bold as Love”, “Electric Ladyland”. Una magia incredibile, fantastica, superlativa. Un mondo le cui porte, spalancatesi nell’universo del rock, sono rimaste tutt’oggi aperte a ricordare che Jimi è morto a soli ventisette anni, ma lasciando al mondo intero l’eredità della sua anima, tatuata in maniera indelebile attraverso la sua musica.
La sua morte a soli ventisette anni, ha fatto la storia e ha lasciato traccia di sé con infinite leggende e album postumi, che hanno aiutato il mondo a scoprire la meraviglia della musica di Jimi, ma anche a capire che la sua creatività torrenziale era anche un bisogno. Jimi Hendrixha segnato la storia della musica e soprattutto della chitarra elettrica, portando all’espressività musicale del Novecento un vigore e un’ecclettica potenza, che hanno condizionato tutti i musicisti da lui in poi. Nessun erede. Solo nipoti ispirati come Prince, Steve Ray Vaughan, Neil Young, cresciuti all’ascolto incantato delle sue note, che hanno liberato, seguendo il suo esempio, la propria espressività creativa, eludendo canoni e paradigmi musicali predeterminati.La maggior parte di chi l’ha seguito però è riuscito solo vagamente a imitarne il suono, senza peraltro poter minimamente eguagliare la sua inventiva, la sua creatività, la sua capacità di illuminare il buio.
Oggi a cinquanta anni dalla pubblicazione del suo album di esordio, che avvenne nel maggio del 1967, Jimi Hendrix ancora è il Re della musica rock, il re della chitarra elettrica, e la sua musica è capace di emozionare chiunque la ascolti.

via Jimi Hendrix un mito senza eredi | Musica

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