Peter Bence intervista per Vanity Fair


Peter Bence: «La mia musica senza confini»

In Italia per la prima volta per tenere due concerti, il giovane pianista ungherese noto per aver abbattuto le barriere tra musica classica e pop ci dedica un video e confessa la sua passione «segreta»

Sarà per la velocità, la scioltezza, l’aria scanzonata con cui suona il pianoforte, ma il mio primo pensiero nel vedere Peter Bence al pianoforte (guardate sotto il video realizzato per noi in esclusiva) va al bellissimo cartone animato The cat concerto, dove Tom e Jerry si danno battaglia suonando – a modo loro- the Hungarian Rhapsody n° 2 di Liszt.

Non per niente, questo ragazzo, bambino prodigio, che ha iniziato a suonare a due anni e a comporre a 7, ha vinto, tra i numerosi premi, anche il Guinness World Record per il Most Piano Key Hits in One Minute, ossia, il record del mondo per il maggior numero di suoni prodotti in un minuto con il pianoforte.

Ventiseienne, nato e cresciuto in Ungheria, ha solo 7 anni quando firma la sua prima composizione e inizia anche a studiare alla prestigiosa accademia Franz Liszt. In seguito ha collezionato premi e pubblicato album, ma è nel 2015 che inizia a diventare «virale», mettendo in rete video di suoi arrangiamenti di celebri hit: Bad di Michael Jackson, Cheap Thrills di Sia,Don’t stop me now dei Queen, Cry me a river di Justin Timberlake e molte altre, raccogliendo oltre 200 milioni di visualizzazioni sui suoi canali ufficiali Facebook e YouTube.

«Credo che la musica sia immortale e non dovrebbe esser giudicata per generi»: questo pensiero è alla base del suo stile personalissimo, che gli ha fatto abbattere le barriere tra la musica classica e quella pop e l’ha trasformato in una fonte di ispirazione per numerosi giovani musicisti e appassionati di musica di ogni età: solo quest’anno si è esibito in 20 Paesi di 4 continenti. Ora è in arrivo anche in Italia e potremo ascoltarlo in due concerti: a Milano il 19 dicembre al Teatro dal Verme e a Trieste il 20 dicembre al Politeama Rossetti.

Qual è il suo primo ricordo con la musica?
«Ho un ricordo preciso: ascoltavo la musica di un cartone animato in tv e l’ho riprodotta con il pianoforte. Avevo due anni, facevo fatica ad arrivare alla tastiera».

Qualcun altro della sua famiglia suona?
«Sì, i miei genitori, ma non a livello professionale, solo per hobby. Ma ci sono stati vari musicisti, un violinista, un percussionista, un pianista. Nella mia famiglia si fanno soprattutto tre professioni: insegnante, medico o musicista».

Quando ha iniziato a comporre?
«Avevo circa 7 anni, stavo suonando la Turkish march di Mozart e ho cominciato a improvvisare, creando qualcosa di simile ma decisamente diverso: era la mia prima composizione».

E quando si è esibito per la prima volta davanti a un pubblico?
«Nella mia scuola di musica, avevamo in programma due concerti a semestre, avevo sempre sette anni».

Per quante ore si esercita ogni giorno?
«Dipende, può variare da 5 a 10, anche 15 ore. A volte neppure una, come oggi, per esempio» .

Qual è il suo artista preferito?
«Tra quelli viventi, Sia. Tra quelli che non ci sono più, Michalel Jackson, Freddy Mercury, Bach, Mozart…».

Che tipo di pubblico ha?
«È trasversale, dai bambini agli anziani. Ci sono persone che si identificano con me, perché magari da piccoli suonavano, hanno smesso e si sono pentiti. Altri invece vorrebbero che i loro figli diventassero come me».

Una vita dedicata alla musica. Ma ha anche altre passioni?
«La cucina. È una grande passione, la mia. Se non avessi fatto il musicista, avrei voluto essere uno chef. Cucino spesso, ammiro molto Gennaro Contaldo, (cuoco amalfitano che lavora a Londra da 40 anni ed è è stato il maestro di Jamie Oliver, Ndr), Gordon Ramsey e Raymond Blanc (chef francese con ristorante stellato nell’Oxfordshire, Ndr). Apprezzo soprattutto la cucina italiana e francese».

Una delle sue ricette preferite?
«Sono molte, soprattutto di pasta, pizza, carne. Se posso cucino ogni giorno (mi mostra varie foto di piatti, abbastanza complessi); non vado molto al ristorante, mi capita spesso di restare deluso. Insomma, mi ritengo un music chef».

Tornando alla musica, cosa l’ha spinta a fare crossover tra la musica classica e quella pop?
«Mio è venuto naturale, facendo gli arrangiamenti. Ho una preparazione classica, ma quando ho incominciato a esser ispirato da artisti come Michaael Jackson ho capito che avevo bisogno di “fondere” i due generi. Anzi, non non parlerei di crossover, perché io non divido la musica per genere, penso che ci sia buona musica e cattiva musica. In questo modo ho scoperto che chi solitamente non ascoltava musica classica, sentendo i miei arrangiamenti ora la apprezza di più, e viceversa, chi di solito non solito ascoltava il pop ora lo fa».

E si possono mescolare anche ad altri generi? Rock, metal?
Sì, tutti. Non mescolerei cibo giapponese e italiano, ma la musica sì».

È la prima volta che viene in Italia o c’era già stato?
«Da ragazzo, con la scuola, avevo circa 16 anni: siamo andati a Siena per vedere il Palio».

Cosa le piace dell’Italia, a parte il cibo?
«La gente, la mentalità aperta, mi piace tutto: è un Paese magnifico».

Cos’è la musica per lei?
«È cibo per lo spirito. Quando cucino do da mangiare al corpo, quando suono, all’anima. Mi sento bene io e trovo appagante nutrire gli altri.

Fonte:https://www.vanityfair.it/music/concerti-eventi/2017/12/12/peter-bence-pianista-interviosta-concerti-italia-video

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